La lingua veneta? Facciamola rinascere noi: negli scambi e nel mercato

 

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Lunedì 2 luglio, con inizio alle ore 18.00, in uno dei posti più graziosi di di Venezia (la Scoletta dei Calegheri, a san Tomà) si terrà un convegno sulla questione della lingua veneta. La relazione principale sarà del professor Mauro Tosco, ordinario di linguistica all’università di Torino, ma anche coinvolto da molti anni in iniziative indipendentiste e libertarie. La sua relazione si propone di aiutare a riflettere sulle migliori strategie per riaffermare quella libertà di espressione linguistica che è la condizione essenziale alla rinascita del veneto e, con esso, della consapevoelzza che esistono una storia e una cultura venete che vanno rispettate nella loro particolarità.

L’iniziativa nasce dalla considerazione che esiste, da noi, qualcosa di simile a quello che c’è stato e c’è ancora in Catalogna. Ossia: nel corso degli ultimi due secoli la Catalogna ha conosciuto lo sviluppo di due fenomeni: uno culturale (il catalanismo) e uno politico (lo sviluppo di una galassia variamente autonomista e indipendentista).  A Barcellona non c’è coincidenza tra il catalanismo di chi rivendica la propria specificità culturale e linguistica e l’indipendentismo di chi vuole vivere entro una giurisdizione del tutto sganciata da Madrid. Non c’è coincidenza perché taluni catalanisti non mettono in discussione l’assetto istituzionale e perché alcuni secessionisti non sono particolarmente interessati alle questioni storiche, linguistiche o culturali. Se non c’è, insomma, una perfetta coincidenza, è però indubbio che vi è quasi sempre una connessione.

La dimensione giuridica può aiutare a comprendere tutto questo, dato che il diritto proviene da rapporti sociali che sono tanto più uniformi e/o convergenti quando vi è una comunanza culturale. Come si usa dire, “quando ci si capisce”.  Per questo motivo non è mai possibile disgiungere la sfera culturale da quella linguistica, quella linguistica da quella giuridica, quella giuridica da quella economica. La lingua veneta ci aiuta a comprendere che c’è un mondo, il Veneto (appunto), che ha una sua fisionomia e che può legittimamente rivendicare il diritto a governarsi da sé.

L’incontro del 2 luglio muove anche da una considerazione, sempre più condivisa tra quanti sono appassionati di “lingue tagliate” e “nazioni proibite” (per usare le efficacissime immagini impiegate da Sergio Salvi in un paio di suoi libri). E cioè che la rinascita di una lingua, con tutto ciò che questo comporta, deve venire primariamente dal basso. Con questo non si vuole negare la legittimità – al contrario! – di corsi di musica, letteratura e lingua venete, così come non si ritiene senza importanza la riscoperta del diritto veneto o l’insegnamento di una storia (quella della Repubblica di Venezia) che è spesso sacrificata sull’altare di logiche unitariste. Con il risultato, davvero assurdo, che un liceale veneto può anche non sapere cos’era Candia e ignorare i profondi legami tra la sua terra e l’Istria, la Dalmazia, l’Egeo ecc. Tutto questo è importante, ma ancor più decisivo è che la lingua veneta sia vissuta dai veneti anche dal di fuori delle mure di casa o dei bacareti.

Nessuno parlerà più del veneto come di un dialetto quando a Vicenza o a Padova incontreremo pubblicità in lingua veneta, quando le istruzioni d’uso di un aspirapolvere saranno anche in lingua locale, quando l’etichetta di un Prosecco prodotto nel Trevisano sarà anche nell’idioma comunemente parlato da chi l’ha prodotto. O il veneto si afferma sul mercato e grazie ai veneti, oppure non avrà un futuro. E’ importante che vi siano poeti veneti nella tradizione di Ruzante e di Zanzotto, e anche che inizino a esserci traduzioni di testi inglesi o tedeschi in veneto. Ancor di più, però, è cruciale che il veneto sia vissuto come lingua in tutti i  sensi tra quanti stipulano affari e contribuiscono in maniera fondamentale all’economia di queste terre.

La relazione di Tosco e i tre interventi programmati (di Alessandro Mocellin, Michele Brunelli e Roberto Agirmo) intendono iniziare una riflessione su tutto questo: su questo gran lavoro che ognuno, nel suo piccolo, può fare per riappropriarsi di libertà e di identità. Anche favorendo, in tal modo, la nascita di un Veneto che possa governarsi da sé.

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