Dopo il 1866, riacquistare la memoria del Veneto (di Sabino Acquaviva)

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Nel 1999 il sociologo padovano Sabino Acquaviva, uno tra i nomi più noti della cultura italiana e specialista degli studi sul sacro, viene invitato da Ettore Beggiato a scrivere la prefazione del suo ultimo libro, intitolato 1866: la grande truffa. Egli accetta e scrive alcune pagine che, rilette oggi, ancora colpiscono per il coraggio con cui si mettono in discussione taluni dogmi della “cultura ufficiale”. Non tutto in quel testo deve essere necessariamente condiviso, ma talune affermazioni sono sicuramente fuori dal coro.

Pochi mesi fa, il 29 dicembre 2015, Acquaviva se n’è andato. In quest’anno 2016 che ci obbliga a ricordare cosa avvenne un secolo e mezzo fa e ci impone di fare luce sul trattamento che il Veneto subì (ceduto da una potenza all’altra e infine inglobato nel Regno d’Italia a seguito di falsi plebisciti popolari), Beggiato offre di nuovo ai lettori la possibilità di rileggere il suo lavoro, ormai giunto alla terza edizione: pubblicato da Editrice Veneta e in vendita a 10 euro. E, su nostra richiesta, ha offerto agli amici del  Switzerland Institute la possibilità di leggere la prefazione di Acquaviva. (Carlo Lottieri)

 

 

PREFAZIONE

 

di Sabino Acquaviva

 

 

Un libro importante, culturalmente e politicamente. Ci parla della nostra storia, di quanto è accaduto quando il Veneto è stato annesso all’Italia. Ci narra quel che è veramente successo, oltre ogni descrizione oleografica, falsa e falsata per motivi politici. Noi tutti sappiamo che l’unificazione del Paese è stata più imposta che voluta. Che è arrivata sulla punta delle baionette dell’esercito piemontese, che molti plebisciti sono stati manipolati, che nel 1848 la maggioranza dei veneti si è battuta contro l’Austria in nome di San Marco; che addirittura, dopo la vittoria di Lissa, sulle navi austroungariche, dove quadri e marinai erano in gran parte veneti istriani e dalmati e quindi provenivano da territori appartenuti alla repubblica di Venezia, si gridò “viva San Marco”. Sappiamo anche, purtroppo, che una ricostruzione di parte della storia è stata poi travisata nei libri di scuola ed è stata imposta alle nuove generazioni.

Oggi, dopo oltre un secolo e mezzo, è nostro dovere ricostruire la storia della regione in cui viviamo o siamo nati. Qualcuno ha detto che nella storia, se le radici sono nel passato, se il presente è il tronco dell’albero, il futuro è nelle sue foglie. Pensare il futuro del Veneto, anzi del Triveneto, significa dunque e anzitutto esplorarne le radici, lontane e più recenti. Questa regione, contrariamente ad altre, possiede una sua lingua, che è stata lingua franca e internazionale per secoli, almeno nel Mediterraneo orientale. È l’unico dialetto-lingua parlato fuori d’Italia in regioni abbastanza vaste e in Stati diversi. Dunque si tratta di un popolo con una forte identità, e fa bene Beggiato a cercare di capire, nel suo libro, perché questo popolo ad un certo punto ha abdicato e alla fine accettato di esserne parte dell’Italia unita. Ma ha accettato o subito l’Unità? A partire dal 1866 il governo centrale ha sistematicamente combattuto, non soltanto nel Veneto ma in ogni regione d’Italia, le identità regionali. Le resistenze sono state modeste, ogni lingua e cultura si è inchinata di fronte al prevalere del toscano, chiamato italiano, insegnato e imposto a scuola, dove chi parlava la sua lingua regionale veniva punito, spesso ridicolizzato.

Naturalmente, alcune lingue che erano state utilizzate nell’ambito di stati regionali hanno resistito meglio e più a lungo al tentativo di cancellarle. Pensiamo al napoletano, al siciliano, al veneto. Comunque è un fatto che molti popoli nello spazio di un secolo hanno dimenticato la loro identità, la loro lingua, la loro cultura, anche perché hanno cancellato dalla memoria la propria storia. Questo è successo, almeno in parte, anche nel Triveneto. E non parliamo di Nordest, per favore, non utilizziamo questo neologismo povero e incolore!

È giunto il momento di riacquistare la memoria. A questo scopo dobbiamo fare un paziente lavoro di certosini, riscrivere la storia, reintrodurre, affinché non muoia, l’insegnamento della lingua veneta, dopo avere approntato delle grammatiche standardizzate e pubblicato dei vocabolari. Ma tutto questo, ripeto, deve accompagnarsi ad una riscoperta della storia, ed è appunto quanto fa, in queste pagine Ettore Beggiato.

Questo significa essere contro l’Unità del Paese? Certamente no. Per quel che mi riguarda sono federalista ma anche europeista convinto. Dunque, Stati Uniti d’Europa, una seconda camera delle regioni i cui rappresentanti siano eletti direttamente dalle regioni d’Europa, l’insegnamento obbligatorio dell’inglese in tutta l’Unione europea e delle lingue regionali nelle regioni che ne posseggono una.

Per l’Italia anche una struttura federale degna di questo nome.

 

Padova, ottobre 1999

 

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