Come la lingua veneta può rinascere: in famiglia e nel mercato

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Com’è possibile difendere e far crescere la lingua veneta? Grazie a quali strategie si può consolidare un legame, quello tra la popolazione del Veneto e la sua parlata, già ora tanto forte (come avverte facilmente chiunque venga da fuori)?

Il convegno organizzato lunedì pomeriggio a Venezia, nella Scoletta dei Calegheri, dallo “Switzerland Institute in Venice” ha cercato di rispondere a questi interrogativi, soprattutto grazie alla lezione di Mauro Tosco, un linguista da sempre attento al rapporto tra lingua e dialetto. Il docente dell’università di Torino ha sottolineato soprattutto due cose: che quella veneta, dal punto di vista linguistico, è a tutti gli effetti una lingua e che però, dal punto di vista sociale, essa è spesso percepita come un dialetto, da usarsi solo in precisi contesti. C’è allora l’esigenza di pensare il veneto diversamente da come si fa, soprattutto all’interno delle istituzioni più naturali e spontanee: a partire dalla famiglia. Perché o il veneto è rispettato dalla popolazione veneta stessa e trasmesso ai figli dai genitori, oppure per questa forma di espressione e comunicazione non ci può essere futuro.

Dopo la lezione di Tosco si sono succeduti tre interventi da parte di persone che a diverso titolo sono attive sul tema della lingua veneta.

Alessandro Mocellin ha mostrato quanto sta realizzando l’Academia de la Bona Creansa, un’istituzione privata e su base volontaria che organizza corsi nelle scuole, conduce ricerche in ambito linguistico, predispone spettacoli e favorisce lo sviluppo di pubblicazioni in veneto. Spesso invitato dalla comunità venete nel mondo (dal Brasile al Canada), Mocellin ha sottolineato come l’interesse per l’idioma di Ruzante e Goldoni sia crescente in vari continenti. Come ogni cosa, però, anche questa lingua esige studio e applicazione.

In merito al problema della grafia, Michele Brunelli ha esaminato le soluzioni adottate da altre tre lingue neolatine (spagnolo, portoghese e catalano) al fine di favorire un’unica maniera di scrivere. Anche questo relatore, come altri, ha sottolineato che l’esistenza di forme diverse “interne” – la parziale difformità tra il veneto di Verona e quello di Venezia, come la differenza tra il portoghese di Lisbona, quello di Oporto o quello di Rio de Janeiro – non può in alcuna modo essere evocata per negare l’esistenza della lingua stessa. Ogni lingua presenta questa varietà interna e quindi non si tratta affatto di un tratto specifico della lingua veneta.

L’ultimo intervento, dell’imprenditore Roberto Agirmo, ha mostrato – in sintonia con quanto sostenuto in tutto il convegno – come il mercato possa aiutare il veneto a essere accettato, utilizzato, riconosciuto e sempre più appreso. In particolare Agirmo ha invitato a cogliere quanto sia efficace sul piano comunicativo, e quindi anche nel marketing, l’utilizzo di forme espressive e linguistiche solitamente riservate a relazioni confidenziali e amichevoli. Proprio in questo senso, il titolare della “Brokers della vacanza srl” ha annunciato che presso le sue agenzie sarà possibile avere il documento contrattuale non solo in italiano e in inglese, ma pure in veneto. E presto – nelle agenzie di altre aree d’Italia – quel documento sarà disponibile pure in napoletano, sardo e via dicendo.

Pur da punti di vista diversi, i relatori sono apparsi tutti convinti di una cosa: e cioè che il veneto non ha tanto bisogno di protezioni politiche e finanziamenti statali. Semmai ha bisogno di non essere discriminato dalla scuola di Stato e dai media pubblici. Ciò che serve maggiormente, però, è una sincera attenzione da parte della popolazione veneta, che deve praticarlo e perfino studiarlo (esattamente come si studia l’italiano, l’inglese o il tedesco) se vuole preservare questa componente fondamentale di una cultura, di una storia e di una comunità.

 

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