Mercati globali con governi locali

 

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Il processo d’integrazione dei mercati crea problemi reali. Ogni delocalizzazione comporta difficoltà per il paese che perde imprese e capitali, ma il senso più vero della globalizzazione discende dalla logica dello scambio e si basa sul fatto che ognuno cerca di cogliere le migliori opportunità là dove esse ci sono. Né bisogna dimenticare che scambiare è un atto di libertà e che di conseguenza impedire a qualcuno di comprare o investire dove vuole significa attentare a un suo diritto fondamentale. Si tende a richiamare l’attenzione, come fa Donald Trump, sulle multinazionali che costruiscono stabilimenti in Messico, Cina o Vietnam. Ma chi spinge verso un’economia integrata a livello planetario siamo tutti noi, quali consumatori, nel momento in cui premiamo prodotti che nel rapporto qualità/prezzo ci soddisfano maggiormente. Solo qualche sciovinista prigioniero di miti ottocenteschi compra automobili o azioni fissando l’attenzione sulla nazionalità. I protezionisti di ogni colore (perché è una tentazione che accomuna destra e sinistra) ledono la nostra libertà e propongono una risposta sbagliata, imponendo comportamenti ad aziende e famiglie, a un problema reale.

L’America della Rust Belt, della manifattura ormai in rovina, dovrebbe piuttosto chiedersi quanto la regolazione e la tassazione ostacolino le imprese statunitensi; e se quel genere di attività deve necessariamente essere al cuore della sua economia. Produrre non significa fare cose, ma realizzare beni e servizi che altri apprezzano e volontariamente scelgono.

Se il protezionismo minaccia la libertà e il progresso del genere umano, rischiando di chiudere una fase storica che ha visto, proprio grazie agli scambi, miliardi di persone lasciarsi alle spalle la miseria, un elemento di ottimismo può venire dal riemergere di una forte domanda di governo locale. In molti casi è associata a un’insana volontà di chiudersi in se stessi, ma non è detto che essa produca necessariamente questo risultato. Per decenni ci si è diretti verso un’economia mondiale che avrebbe dovuto coniugare poteri sempre più estesi e mercati sempre più interconnessi. In parte andò così. L’Unione Europea, per esempio, eliminò molte barriere fra Italia, Benelux, Francia e Germania (e poi fra tutti gli altri paesi che aderirono), salvo però alzare in seguito alte difese nei riguardi del mondo esterno: anche costruendo, nel settore agricolo, un protezionismo disastroso. Poiché l’unificazione economica marciò di pari passo con quella politica, la costruzione di poteri sempre più estesi ha finito per minare l’espansione del libero mercato. Un effetto paradossale è il progetto di Brexit al quale lavora il premier Theresa May, scaturito dal referendum nel Regno Unito, che ha l’obiettivo di restringere l’accesso a un paese che è stato finora campione del libero scambio, delle persone come delle merci.

Oggi le nuove tendenze della politica anti establishment sembrano chiedere governi locali e mercati egualmente confinati entro piccoli territori, ma molti si rendono conto di un dato elementare, che può far saltare i progetti di questi nemici della globalizzazione. In primo luogo, va detto che localizzare il potere accresce la concorrenza istituzionale fra sistemi, obbligando i governi ad alleggerire l’onere delle imposte e delle regole al fine di essere più attrattivi. Oltre a ciò, avvicinare le decisioni politiche ai cittadini, uscendo da costruzioni politiche sovrannazionali e anche dando vita a minuscoli stati regionali, porterebbe in una situazione nella quale ognuno, volente o nolente, finirebbe per dipendere dal resto del mondo. L’America di Trump può illudersi di fare da sola, seguendo la strada dell’Argentina e ponendo le premesse di un disastro, ma una simile illusione non possono nutrirla realtà assai piccole come l’Irlanda, il Lussemburgo o il Liechtenstein. Un mondo di governi locali, se dovesse prendere forma anche sulla spinta di questa volontà di chiudersi a casa propria, sarebbe costretto, anche contro le intenzioni dei leader oggi sulla cresta dell’onda, a ridare slancio a quella globalizzazione che gli stati nazionali e le strutture politiche continentali hanno messo in difficoltà. Molti secoli fa la globalizzazione è nata qui da noi: quando le libere città dell’Italia centro-settentrionale (lo stesso avvenne nelle Fiandre e altrove) svilupparono quell’economia commerciale e finanziaria che, anche grazie a fiere che attiravano persone da ogni angolo d’Europa, ha reso così prospere e belle Firenze, Venezia, Genova, Ferrara, Milano, Siena… I mercati non si aprirono grazie a complicati trattati frutto di estenuanti negoziazioni, ma sulla base di volontà unilaterali, che erano nell’interesse di queste economie cittadine.

Alla fine del Medioevo e all’inizio del Rinascimento la civiltà si sviluppò poggiando su governi locali e mercati globali. Forse dovremmo ripartire proprio da lì.

Questo articolo è uscito su “Capital” in data 1 marzo 2017.

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