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Lomb-Ven

 

Non è affatto un caso se, il prossimo 22 ottobre, le regioni in cui si terrà un referendum sull’autonomia sono il Veneto e la Lombardia. Si tratta infatti delle due realtà in cui la Lega secessionista prese sempre più voti, in cui nel 2006 la devolution fu approvata dalla maggioranza dei votanti (e in nessuna altra regione si ebbe questo esito), in cui ancora oggi è più forte il desiderio di segnare le distanze da Roma. La stessa Lega è nata proprio sull’asse lombardo-veneto: prima come Liga Veneta e poi, in un secondo tempo, come Lega Lombarda.

Le ragioni storiche di tali rivendicazioni all’autogoverno sono profonde. La Milano di Carlo Cattaneo già nel 1848 non voleva essere piemontese e tutta la vicenda veneta degli ultimi 150 anni è stata segnata da una lunga serie di tentativi di sganciamento dall’Italia, come ha mostrato Ettore Beggiato nel volume Questione veneta. Protagonisti, documenti e testimonianze. D’altra parte, i veneti sanno di essere eredi di una storia millenaria che ha dato al mondo Marco Polo, Andrea Palladio e Antonio Vivaldi, ma soprattutto ha costruito una formidabile civiltà attorno a istituzioni cittadine (la Repubblica di Venezia) che hanno realizzato un “impero” di terra e di mare basato sui commerci e sulla diplomazia. Di fronte al millenario splendore della Serenissima, il Regno d’Italia e la successiva Repubblica fanno fatica a reggere il confronto.

C’è senza dubbio molto dell’antico leghismo in questo riemergere della “frattura” italiana. Fu infatti solo con l’imporsi dei movimenti localisti, assorbiti nella Lega Nord da Umberto Bossi nel 1991, che si è tornato a ricordare quanto la Penisola abbia una storia regionale e municipale, segnata da distanze culturali ed economiche che il giacobinismo otto-novecentesco non è riuscito a cancellare. E al tempo stesso va detto come, al giorno d’oggi, le ragioni di questo nuovo sentimento anti-italiano siano innanzi tutto di carattere fiscale: in Veneto come in Lombardia.

In un celebre intervento tenuto in occasione di un congresso della Lega, Gianfranco Miglio illustrò alcuni tratti della sua teoria politologica in tema di parassitismo, ricordando che ogni organismo è destinato a morire quando il numero di quanti vivono grazie ad esso cresce oltre un certo livello. Quelle parole hanno contribuito a costruire l’autorappresentazione di territori vittime di una tassazione da rapina e che sanno ormai piuttosto bene di essere ingiustamente penalizzati. In un Paese come l’Italia, una rivolta dei produttori può essere immaginata solo in Lombardia e nel Veneto.

Ancora oggi questi due territori hanno un’economia relativamente dinamica, se paragonata al resto del Paese. Eppure la crisi si sente molto pure qui e le prospettive – specie per i giovani – sono assai incerte. Ne discende che il cosiddetto “residuo fiscale” è al centro di tante discussioni, poiché vi è qualcosa di abnorme nella differenza tra quanto lombardi e veneti danno al settore pubblico e quanto ricevono in servizi. Per i lombardi si tratta di 50 miliardi ogni anno: circa 5 mila euro a testa. In Veneto la situazione è solo leggermente migliore.

Fino a pochi anni fa nel Lombardo-Veneto il mondo imprenditoriale riteneva che fosse possibile sopportare l’onere di finanziare – al tempo stesso – l’assistenzialismo a favore del Sud e il debito pubblico, e che ogni rottura istituzionale potesse essere troppo “costosa”.  Ora non è più così. Il piombo nelle ali è troppo e questo spinge tanti a non escludere una vita “catalana” verso l’indipendenza.

Insomma, proprio mentre Matteo Salvini italianizza la Lega e si allea con gli ex-missini di Giorgia Meloni andando al Sud, i lombardi e i veneti si apprestano a celebrare un referendum che possa rappresentare, essi sperano, soltanto un inizio. È chiaro che quel voto non produrrà alcun effetto tangibile, ma c’è chi si augura sappia riaprire la questione territoriale.

Con la ridefinizione lepenista della Lega, tra l’altro, è uscita di scena anche la Padania. Se adesso in Lombardia ci si concentra sulla Lombardia, e in Veneto sul Veneto, i motivi sono semplici. Pesano l’eclissi di Bossi (travolto dagli scandali), la consapevolezza che una realtà padana forse esiste ma è di vaga ricognizione, l’assenza di istituzioni che possano incarnare quel progetto. In Veneto, in particolare, è convinzione comune che dalla politica romana possa venire ben poco e che le carte vadano giocate su Venezia, nella speranza che emerga una classe dirigente determinata a ridare ai veneti la facoltà di autogovernarsi. Esiste già una rete che raccoglie imprenditori, liberi professionisti e professori universitari proprio con l’obiettivo di discutere tali temi senza alcun tabù: nella prospettiva di un Veneto adulto e capace di fare da sé.

Certo la questione non è solo economica, ma anche e soprattutto istituzionale. Ci si chiede come possa essere democratico un sistema politico all’interno del quale quello stesso voto che è ritenuto in grado di legittimare il potere del ceto politico (che intermedia più del 50% della ricchezza prodotta) è poi negato quando si domanda di sottoporre al giudizio degli elettori i confini. Nel mondo della Brexit e del referendum scozzese per l’indipendenza, suona anacronistica una costituzione che afferma che l’Italia sarebbe “una e indivisibile”, e anche una Corte che boccia la legge regionale veneta, la quale aveva istituito un referendum meramente consultivo sull’indipendenza.

Nel corso degli ultimi due secoli il voto democratico ha rafforzato la sovranità, legittimato il ceto politico e favorito l’espansione dei poteri pubblici, ma oggi può giocare a favore di una rinascita delle libertà locali. In Veneto e Lombardia c’è chi spera che – quale possa essere l’esito delle prossime elezioni legislative – con i due referendum sull’autonomia finirà per mettersi in moto un processo dagli esiti imprevedibili, ma anche capace di segnare la fine dello statalismo italiano e l’inizio di istituzioni nuove.

 

L’articolo è stato pubblicato su “Tempi” il 5 giugno 2017.

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