Trent’anni di Lega non più lombarda

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Quando fu eletto al Senato, nel 1987, il varesino Umberto Bossi era sconosciuto ai più. Quell’exploit rappresentava comunque il frutto di una lunga predicazione e di un’avventura iniziata quasi per caso: grazie all’incontro fortuito con un giornalista, Bruno Salvadori, che per anni aveva cercato di piantare i semi dell’autonomismo anche al di fuori della sua Valle d’Aosta.

Eletto insieme a Giuseppe Leoni, che divenne deputato, Bossi non era comunque il primo leghista a mettere piede in Parlamento. Già quattro anni prima la Liga Veneta aveva mandato a Roma un deputato e un senatore, ma in seguito la crescita di quel movimento era stata assai intralciata dal moltiplicarsi di dissidi e litigi. È in questo momento che la Lega di Bossi fa delle Prealpi lombarde il cuore di un più ampio movimento che riunisce sensibilità diverse e che si propone di difendere la cultura e gli interessi del Nord.

Quando muove i suoi primi passi, la Lega Autonomista Lombarda (divenuta poi Lega Lombarda) interpreta logiche politiche già presenti da tempo in altre aree europee (Paesi Baschi, Fiandre, Corsica ecc.) e anche in alcune regioni italiane a statuto speciale: si pensi a realtà come l’Union Valdotaîne, la Südtiroler Volkspartei o il Partito Sardo d’Azione. I temi sono quelli della tutela delle lingue locali e di una richiesta di autogoverno.

Ma presto Bossi comprende come nel profondo Nord ci sia soprattiutto una forte domanda di sganciarsi dal Sud. In primo luogo, egli intuisce quanto sia efficace richiamare l’attenzione su quello che poi verrà definito “residuo fiscale”, ossia la differenza tra quanto la Lombardia o il Veneto danno all’Italia e quanto ricevono in servizi nazionali e locali. Il leghismo organizza quindi la propria battaglia  attorno alla legittima richiesta di mantenere le ricchezze prodotte sui territori che le producono e, oltre a ciò, prende di mira la massiccia presenza di meridionali negli apparati dello Stato: dalla scuola alle prefetture, dalla polizia ai tribunali.

Lo slogan che qualche mese fa ha caratterizzato un’accesa campagna elettorale in Canton Ticino (“Prima i nostri!”) nei fatti era già trent’anni fa al centro di una strategia comunicativa – quella bossiana – che ha saputo esprimere sentimenti molto diffusi nelle popolazioni settentrionali. Quando poi il Senatùr, come verrà chiamato, coalizzerà i vari movimenti autonomisti e darà vita a una Lega Nord estesa dal Piemonte al Friuli, dalla Lombardia alla Toscana, sarà chiaro che la politica italiana si stava assistendo all’imporsi di un soggetto destinato a cambiare definitivamente lo scenario.

All’inizio la parola d’ordine è “federalismo”. L’idea è di dimenticare l’Italia giacobina e centralizzata, per dare vita a un Paese capace di valorizzare l’autogoverno locale. È in questa fase che quello che fu il più lucido politologo italiano del secondo dopoguerra, Gianfranco Miglio, si schiera con i leghisti e ne diventa il maître à penser. Forte anche al prestigio intellettuale dell’ex preside della facoltà di Scienze Politica della Cattolica, la Lega avanza richieste sempre più radicali e appare evidente, con il tempo, che in Italia c’è ormai un partito che ambisce a porre fine alla stessa unità italiana.

Il crollo della Prima Repubblica e gli arresti di tanti esponenti democristiani, socialisti e comunisti offrono a Bossi nuove opportunità di crescita. Così nel 1993 un movimento che inizialmente si era fatto conoscre nei piccoli centri dell’Insubria conquista pure Milano. Il momento del maggior successo, però, rappresenta anche l’inizio del declino. In particolare, la creazione da parte di Silvio Berlusconi di un suo partito, Forza Italia, sottrae tantissimi consensi a Bossi, che aveva sempre impaurito larga parte dell’elettorato con il suo stile volgare e aggressivo.

Un po’ alla volta la Lega di Bossi diventa così un attore tra gli altri della politica romana e anche quando sembra tornare ai propri temi, con la dichiarazione d’indipendenza della Padania (sui bordi del fiume Po) nel 1996, ai più risulta evidente come ogni progetto rivoluzionario abbia lasciato il posto a calcoli di Palazzo: a una strategia che permetterà a vari esponenti leghisti di occupare scranni molto importanti (dalla presidenza della Camera alla guida del Viminale, per non parlare della presidenza di varie regioni, a partire dalla stessa Lombardia).

Finiscono dunque progressivamente nell’angolo il federalismo e, ancor più, la rivendicazione di ogni comunità ad autogovernarsi, magari dando vita a uno stato indipendente. Questo porta il partito di Bossi a ottenere talvolta risultati elettorali modesti (nel 2001 ottiene meno del 4%), anche a causa di inchieste giudiziarie che investono la dirigenza del partito. Nel momento in cui il fondatore della Lega deve lasciare poi la guida ad altri, dopo una prima fase assai scialba (sotto la conduzione di Roberto Maroni) il timone finisce nelle mani di un leader più giovane, Matteo Salvini, che imprime al movimento una svolta lepenista.

In sostanza, negli ultimi anni la Lega smette di essere una realtà territoriale, prima lombarda e poi settentrionale, proponendosi di espandersi al Sud. Salvini sta puntando tutto sulla possibilità di dare vita a una destra nazionalista e populista, accantonando ogni riferimento alla secessione e focalizzando invece la propria battaglia sull’opposizione ai rom e agli immigrati. L’attuale segretario non si è certo inventato una Lega del tutto nuova: né avrebbe potuto farlo. Ha invece enfatizzato aspetti che fin dall’inizio erano presenti nella battaglia leghista e ha scommesso sulla possibilità – dopo la disintegrazione dell’area missina – di farsi interprete di istanze presenti in tutto il territorio italiano. A questo punto “prima i nostri!” non sta più a indicare i lombardi, ma gli italiani tutti.

È un’operazione che avrà successo? A questa domanda oggi non è possibile rispondere. Quello che si può dire è che la nuova destra salviniana deve fare i conti con resistenze interne ed esterne, oltre che con nuovi competitori. A Roma e nel Mezzogiorno, in effetti, non è facile dimenticare tre decenni di propaganda antimeridionalista. Oltre a ciò, tanti leghisti ora si trovano a disagio entro un partito che ormai ha accantonato ogni progetto indipendentista, autonomista, federalista: e nulla esclude che l’opzione nazionale della Lega non apra spazio a nuove realtà localiste. Per di più, sulla scena italiana vi è da tempo un movimento – i Cinquestelle di Beppe Grillo – che è percepito da tanti quale interprete di una protesta radicale e di una ribellione anti-sistema che, almeno in parte, riprendono temi leghisti delle origini.

Quali successi potranno arridere al populismo nazionalista di quest’ultima Lega, allora, oggi non è proprio facile dirlo.

 

L’articolo è uscito su “L’Ordine” (allegato a “La Provincia di Como”) in data 22 gennaio.

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