Banche in crisi e disordine monetario (di Alessandro Trentin)

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Il termine banca-rotta è stato coniato da qualcuno di molto lungimirante e poi usato, quindi impropriamente, per definire uno stato di inadempienza conclamata dei soggetti economici. Una delle cose più bizzarre dei nostri tristi tempi è che la bancarotta vale sempre di più per i produttori di beni e servizi, meno per i soggetti per i quali il termine è stato coniato: le banche.
Il trading (commercio) delle banche è raccogliere il denaro, custodirlo, prestarlo e lucrare un margine di interesse su questa operazione. Tutto il resto dell’attività bancaria che conosciamo è un falso ideologico. Ma oggi la banca è diventata il centro della vita dei cittadini, sostituendo organismi di controllo di emanazione collettiva.
Mi spiego: oggi le banche segnalano, controllano, verificano e certificano la proprietà privata secondo standard mutevoli nel tempo. Fino al 2011, in Italia, per esempio la negoziazione in contanti ed anonima era possibile fino a 5000 euro, da un precedente 12.500 euro in vigore per molti anni. Non c’erano limiti al prelievo per consentire la custodia anche per conto proprio dei proprietari.
Oggi se vuoi negoziare beni e servizi devo farlo attraverso una banca: un ruolo per il quale non è certamente nato un istituto di credito. I soggetti economici (produttori e consumatori) non hanno certamente bisogno di intermediari per negoziare i loro bisogni da soddisfare, e nemmeno creditori e debitori ne hanno bisogno in un mondo dove la proprietà privata e il capitale si trasferisce attraverso istituti giuridici come il contratto.
La banca quindi, elemento fondante della “moderna società” protosocialista, ipercontrollata e vigilata, non può fallire.
Eppure il diritto al fallimento di un’impresa è un elemento fondante per il corretto funzionamento del mercato. Senza questo diritto i prezzi di valutazione sul mercato dei capitali sono falsi e artificiosamente puntellati da temporanei soldi “pubblici”. Ecco perché oggi navighiamo a vista nella nebbia dei prezzi delle banche. Nessuno sa quanto valgono perché al mercato non sono rese disponibili le informazioni di valutazione.
È il caso Monte dei Paschi di Siena (MPS), una banca estranea al mercato da molto tempo dalla quale un partito in particolare, il Partito Democratico nelle sue varie trasformazioni socialiste, ha estratto denari oltre il valore degli asset fisici della banca stessa in molti anni non di mala gestio, ma di occulto finanziamento al partito.
Il “salvataggio” di MPS e altri istituti è la peggior manovra politica che un governo possa fare perché mette in pericolo i buoni players che onestamente sono stati e continuano a stare sul mercato e mette in pericolo anche la futura generazione di cittadini consumatori. Per due, a mio avviso motivi gravissimi:
Il primo è che le future generazioni dovranno pagare il debito effettuato per “salvare” MPS e il secondo perché saranno convinti in cuor loro che le banche vengono prima di tutto nella loro vita.
L’ignoranza dei cittadini italiani (tra gli ultimi posti al mondo per istruzione funzionale, fonte: WEF.org) nella gestione dei propri risparmi poi, produce la classica ciliegina sulla torta del disastro che si annuncia.
Muovendo dal fascismo fino al successivo proto comunismo all’amatriciana nazionale, si è un po’ alla volta prodotta una mentalità di apatia e falsi diritti acquisiti che comprende anche la sicurezza dello Stato e delle sue derivate prime: le banche. Così per l’italiano medio la banca NON può fallire perché intermedia la propria VITA. La relazione Banca-Vita è difficile da estirpare.
Quando le domande poi iniziano a emergere su un sistema che non può stare in piedi, il sistema politico (che è l’ultimo ad arrendersi ai sacrifici) tira fuori per magia la solita scusa e il mostro eterno: l’evasione fiscale.
Nella sociuetà odierna la banca è centrale per la suzione dei capitali privati a favore dello sperpero pubblico. Quindi va difesa ad ogni costo (sostenuto dagli altri) e contro ogni malignità liberista circolante. Senza entrare nei dettagli della falsità del problema legato all’ipotetica evasione fiscale, mi concentrerei sulla folle corsa al salvataggio (contro le norme EU oltre che del buon senso) degli istituti di credito.
Come entra in questo ragionamento la Bce? Ormai è assodato e di comun pensiero che la moneta debba essere emessa da un unico soggetto. Chi lo avrà mai deciso non si sa e nessuno se lo chiede.
La nota di banca (o banconota) rappresenta beni reali (oggi si dice asset che fa figo) depositati presso la banca stessa. Non sono altro che la trasformazione di beni tangibili o valori comunque negoziabili trasformati per comodità in piccoli certificati rappresentativi. Il valore della nota di banca è una frazione di quel bene.
La moneta della banca centrale è una frazione di quali beni? Quali sono gli asset rappresentativi nei caveau di questa banca? Btp, Bund, Bond greci, francesi e da pochi mesi Bonds di banche… e presto pure azioni delle stesse banche. Insomma asset che valgono molto, ma molto ma molto meno della frazione scritta nella nota di banca a firma Mario Draghi.
Perché l’euro è già finito? Non sarà il mercato a decretarne la morte certificata, ma la politica. Nessuna banca sana avrebbe comperato questi asset per poi frazionarne il valore nelle note di banca emesse, o meglio, in un regime di libero mercato nessuno, con queste informazioni, deterrebbe euro in tasca, ma potendo scegliere deterrebbe franchi svizzeri, sterline o dollari.
Le cripto monete sono impropriamente chiamate monete perché non sono fisicamente tangibili ma hanno caratteristiche che ad un liberale e libertario sono fondamentali. Sono anonime e non sono emesse da un unico istituto. Il loro valore è più che decuplicato dalla nascita e sul funzionamento non mi soffermo ora. Esse sfuggono al controllo dei governi e non possono essere coattivamente prelevate per le esigenze “parassitarie” degli Stati.
Inoltre sono espressione di asset tangibili che si moltiplicano come lo spazio memoria dei server dell’emittente. Questo è un valore. Diventi una miniera quando tramuti i tuoi spazi server in “coin”. Estrai Bitcoins e li metti sul mercato. La tecnologia restituisce al mercato la sua natura di moneta. Un tempo avevamo il tallone aureo rappresentativo delle monete e infatti esse valevano tantissimo e l’inflazione era quasi nulla.
È significativo che oggi per acquistare un Bitcoin ci vogliano oltre € 700 euro. Ed è per questo motivo che le nuove nazioni che si stanno faticosamente autodeterminandosi potrebbero usare questa moneta per iniziare il loro percorso.
Sarebbe un passo fondamentale. Iniziamo anche in Veneto ad accettare i pagamenti in moneta criptata, aspettando l’emissione di una cripto-valuta Veneta (già a buon punto, mi dicono), e al Leviatano rimarrà la carta straccia emessa a Francoforte.

 

Alessandro Trentin è consulente finanziario indipendente e CEO di “Finch srl – Family Office”

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