Quando la Lanzillotta a pranzo mi giustificava la rapina del Nord

Lanzillotta

Lo confesso: non credevo proprio che esistesse ormai alcun tentativo di giustificazione o spiegazione di sorta. Nei primi anni del dopoguerra esistevano ancora insigni meridionalisti che vedevano nella mano pubblica e nei trasferimenti di risorse la via per l’ingresso del Mezzogiorno nella modernità. Si pubblicavano riviste (“Nord e Sud”) che scrivevano articoli dotti, distinguendo il grano dal loglio e discettando di aiuti produttivi o improduttivi, giusti o sbagliati rispetto allo scopo. Che era sempre quello del decollo industriale delle regioni del Sud. Da molti decenni mi sembra che questo fervore redistributivo si sia impantanato, almeno dal punto di vista intellettuale. Impennatosi enormemente come carico fiscale sui contribuenti lombardi e del loro “aiutantato” settentrionale, veneti ed emiliani in primo luogo, ha però perso qualunque giustificazione e si trascina stancamente senza più paladini. Come quei riti stanchi di quelle religioni che han perso l’afflato. In breve, nessuno crede che possa essere utile, tutti sanno che è ingiusto, i più sospettano sia dannoso, ma il Sud viene inondato di danaro sottratto ad altre popolazioni. L’idea dell’industrializzazione “dall’alto” del Sud non è stata una delle migliori trovate del secolo ventesimo e le migliaia di cattedrali abbandonate nel deserto sono un monito e un durevole mausoleo alla presunzione dei governi onnipotenti. Se la collettivizzazione di Stalin degli anni Trenta ha avuto costi enormi per i sovietici in termini di vite umane, si potrebbe sostenere che dal punto di vista delle risorse materiali bruciate sull’altare di decisioni prese dalle classi dirigenti, il Sud Italia non abbia rivali al mondo.
Insomma, nella mia ingenuità ero convinto che il quadretto fosse a tutti noto e che, al di là di un generico “devono pure campare”, nessuno avesse approntato negli ultimi anni novelle (nel senso sia di favole, sia di ultime) giustificazioni della rapina fiscale ai danni della Lombardia. Qualche settimana fa, me ne andavo bel bello ad un pranzo di gente importante, totalmente ignaro del fatto che avrei incontrato la nuova spiegazione corrente del trasferimento di risorse al Sud. Il tema di discussione era – manco a dirlo – la crisi di questo Paese e il gentil sesso monopolizzava il dibattito. Dopo un paio di litanie sulla decadenza in particolare di Milano (innegabile) da parte di gentildonne romane mi venne da controbattere che se non sparisse il 25% della ricchezza prodotta dal territorio milanese forse questa decadenza potrebbe essere arginata. A questa affermazione Linda Lanzillotta, donna garbata e simpatica, rispose con una frase non polemica e a suo avviso incontrovertibile: “Vabbè, che c’entra, quelli sono soldi che ritornano perché poi i meridionali acquistano i prodotti del Nord”.

Giustino Fortunato, Pasquale Saraceno, Francesco Compagna, Rosario Villari e i volti ingialliti di tutti i meridionalisti che avevo letto mi sono balzati davanti in un secondo, come si dice che accada con la vita nell’ultimo istante. La Lanzillotta – che certo befana non è – era stata la mia epifania. Da anni cercavo una spiegazione logica, razionale, non piagnona e tipica del meridionalismo d’accatto della spoliazione della Lombardia. Eccola, nitida, tersa, chiara come un giorno di maggio. La Lombardia lascia sul campo oltre un quinto della ricchezza prodotta per puro calcolo utilitaristico. Non si tratta delle decisioni e delle vessazioni di un ceto ormai neanche politico, ma solo parassitario, burocratico e amministrativo, ma della lungimirante politica industriale dei lombardi. Anzi, è il ben noto “egoismo del Nord” che spinge la redistribuzione territoriale. Perché i nostri concittadini meridionali con le tasche piene (o comunque meno vuote di quanto sarebbero) corrono ad acquistare prodotti lombardi e così il danaro ritorna sui conti correnti dai quali era, ma solo apparentemente, stato sottratto. Una partita di giro, un trucchetto contabile che farebbe girare l’intera economia. Deve essere il segreto del turbocapitalismo di cui parlano gli ultimi epigoni della rivoluzione culturale maoista.
In realtà, succede anche a me che la mattina quando esco di casa la portinaia mi passi una busta con un po’ di soldi. “È da parte dei commercianti di Milano, che li rivorrebbero indietro, infatti oggi lei prenderà tre caffè, un panino, una birra un giornale, ecco 15 euro”. Loro mi danno i soldi, io glieli restituisco e tutti ci arricchiamo. Non fa una grinza. Altro esercizio mentale comico, sulla stessa falsariga. Una massaia catanzarese si aggira al supermercato. Rigira fra le mani su un barattolo della Kraft e poi della Nestlé, poi li riappoggia nello scaffale e mormora fra sé e sé, “ma scherziamo, cosa ci danno gli americani e gli svizzeri? Andiamo a cercare un bel prodotto del Nord, così mostriamo la nostra gratitudine”. Ed esce con il carrello pieno di gorgonzola e kinder bueno.
Ci sarebbe veramente da ridere se questa giustificazione, ultima e definitiva, della più selvaggia redistribuzione territoriale della storia non provenisse dai più alti quartieri della classe dirigente (della burocrazia statale, a dire il vero) di questo Paese. Linda Lanzillotta è stata anche ministro per gli affari regionali nel secondo governo Prodi. E sarebbero proprio gli “affari” (che per qualche regione non lo sono per nulla) centrali di questo ben bizzarro Paese.
Quello che colpisce è la totale assenza di cultura economica che sorregge una spiegazione di questo tipo. Solo una persona laureata in lettere, che ha passato l’esistenza nell’alta burocrazia statale può credere che la tassazione che scompare da un territorio possa ricomparire come ricchezza privata (per essere subito ritassata, naturalmente) sotto altre forme. Credevo che il fabulismo italiano producesse narrazioni mirabolanti su debito pubblico, tassazione, welfare, istruzione, ma che fosse un po’ carente di fantasia nel campo della rapina fiscale. Così non è. La mitopoiesi italiana è sempre all’opera e quando i martiri di Belfiore e la mamma dei Fratelli Cervi appaiono un po’ sbiaditi ecco che il racconto si arricchisce di nuovi capitoli fantasmagorici. Siamo una nazione, tutti ci aiutiamo, i percettori di tasse, in realtà, arricchiscono i produttori di tasse … L’Italia è un’immensa maschera che impedisce la comprensione dell’esistente. Lo era prima che esistesse, lo è stata durante il suo apogeo fascista e lo è sommamente nel corso del suo inabissamento.

 

L’articolo è già apparso su L’Intraprendente il 12 novembre 2013.

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