Avvisate Renzi che i soldi di Lombardia e Veneto stanno finendo

LOMB_VEN

Il dramma italiano ha, poche, caratteristiche “nazionali”, nel semplice senso di comuni (questa è una non-Nazione per eccellenza) e molte altre che devono essere declinate territorialmente per essere comprese. In generale, solo il fardello della burocrazia colpisce tutti i cittadini, le famiglie e le imprese in modo piuttosto uniforme, dalle Alpi a Capo Passero. Ma la “spiegazione burocratica” della crisi epocale che stiamo vivendo attrae più che altro la classe politica – pronta a promettere ai cittadini l’emancipazione dal peso degli adempimenti “amministrativi”. E tuttavia non è affatto la prima causa della distruzione dell’apparato produttivo del Paese. Al di là della burocrazia, la divaricazione delle esperienze quotidiane è tale che parlar d’Italia è ormai esercizio inutile, destinato a gettar più calore che luce sul dibattito.
Quando si parla di tassazione, vale a dire del reale peso dello Stato, ben oltre l’elefantiaca macchina della compilazione moduli, l’esperienza dei vari territori, delle regioni, è talmente differenziata che si deve evincere che le regioni non sono tutte uguali davanti al fisco. Il che vuol dire che non lo sono i cittadini che in quelle regioni vivono. L’art. 3 della Costituzione, oltre alla pari dignità sociale (concetto un po’evanescente, anche perché la società non è lo Stato) stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, concetto apparente chiarissimo, ma di difficilissima applicazione. Nessuna differenza dovrebbe aver rilievo: sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali non contano, lo assicura la Costituzione, ossia la più elevata fonte del diritto nel nostro ordinamento. Siamo allora tutti uguali di fronte alle leggi? Il fatto che siam giudicati e accusati dai medesimi magistrati (fra di loro amiconi) potrebbe suggerirci una sorta di “mal comune mezzo gaudio”. La legge riconosce un unico soggetto (o meglio, oggetto) del diritto, come un solo legislatore. Ma le cose stanno davvero così?
Le leggi dovrebbero essere generali e astratte. I cittadini alle quali si rivolgono non dovrebbero essere identificabili preventivamente. Ogni tanto effettivamente accade, ma è un caso, molte di esse riguardano rimborsi fiscali, vantaggi, esenzioni, privilegi di ogni sorta. In breve, la quasi totalità delle norme non si rivolgono a tutti i cittadini e quindi sono di fatto creatrici di diseguaglianze fra gli uomini. Se vi fosse una legge del tipo: “A tutti coloro che hanno i capelli rossi sarà rimborsata la benzina fino a un massimo di 1000 euro per anno solare”, la cosa ci apparirebbe bizzarra e financo il Corriere della Sera muoverebbe qualche critica al Legislatore. Ma questa è la struttura della stragrande maggioranza delle norme che il Parlamento approva ogni anno. Ogni legge si rivolge a un piccolo o grande gruppo di persone, mai alla totalità dei cittadini che si trovano in quella posizione. Gli ottanta euro di cui si parla ossessivamente da settimane? Riguardano solo determinati redditi. Incentivi su macchine, moto, ristrutturazioni immobiliari, son cose che interessano una fetta della popolazione. Insomma, tutta la legislazione è “speciale”, si potrebbero scrivere direttamente in Gazzetta Ufficiale i nomi e i cognomi dei cittadini ai quali ci si riferisce.
Una tra le differenze più marcate che la fiscalità generale stabilisce – senza bisogno di alcuna legislazione particolare – è quella fra le diverse regioni italiane. La tirannia fiscale è il dato permanente della gabbia italica. Coinvolge individui, famiglie, imprese, popolazioni. La pressione fiscale media reale, del 57%, si alza sulle PMI, si abbassa per determinati individui, può essere assai minore per una famiglia. Se una persona fa la prostituta per ora paga solo l’IVA sui consumi, con buona pace di Salvini. Lombardi e veneti sono però costretti dal fisco a riscattare prima la propria terra, poi i propri corpi e infine le loro imprese. Costoro pagano una taglia ulteriore rispetto a quella pro-capite che colpisce ogni malcapitato per il fatto di essere all’interno di un inferno istituzionale di nome Italia. Questa tassa occulta si differenzia: il venetum è di circa il 10% della ricchezza prodotta in un anno, il lombardum è del 18% (bizzarro che il potere romano non sia ancora riuscito a scatenare lombardi contro veneti, con i primi a chiedere maggiori grassazioni nei confronti dei secondi). In soldoni, quasi mille euro al mese per ogni lavoratore lombardo e circa la metà per ogni veneto. Si tratta di una vera e propria “dazione ambientale” che non ha precedenti nella storia e rende Veneto e Lombardia le terre che pagano il più alto tributo della storia al Leviatano. In breve, queste regioni hanno una spesa pubblica da Paese liberista e una tassazione da Paese socialista. Pagano per il socialismo degli altri. Altroché Tares, Imu, Tosap, Irap, e così via, venetum e lombardum rappresentano le più genuine tasse di tutte: la paghi perché abiti in luoghi più produttivi di altri, non la vedi perché sarà riversata su altri territori. È una sorta di estorsione territoriale occulta e della quale non parla nessuno: sono i “soldi degli altri”, quelli che la Thatcher definiva il fondamento ultimo del socialismo. E come Maggie aveva predetto sono ormai finiti.
La liberazione dal venetum e dal lombardum, ossia dall’Italia, sarà solo l’inizio della soluzione dei problemi. E tuttavia, si tratta di un passo obbligato, senza il quale non potrà accadere proprio nulla.

 

L’articolo è uscito su L’Intraprendente in data 7 maggio 2015.

© Copyright 2015/6 by Switzerland Institute in Venice - Tutti i diritti riservati - Vietata ogni riproduzione non autorizzata - Credits: www.endea.it

Log in with your credentials

Forgot your details?