Non fa chic dirlo, ma la nostra crisi è la crisi della democrazia

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Sergio Romano sul Corriere della Sera di ieri, con un ottimismo che non si può condividere, sostiene che saremmo fortunati, giacché la crisi è stata «perfettamente diagnosticata». E prosegue: «Sappiamo perché il Paese, da vent’anni, cresce poco e male». È vero il contrario. Se avessimo una corretta visione dei problemi saremmo sulla via della loro soluzione, ma è proprio questa che manca. Siamo lontanissimi da qualunque possibilità di soluzione della crisi perché non ne abbiamo ben compreso le cause. Il fresco ricordo della campagna elettorale dovrebbe indurre a un pessimismo cosmico.
Quattro sono i grandi problemi che attanagliano questo non Paese: pressione fiscale, debito pubblico, spesa pubblica incontrollabile e rapina fiscale ai danni della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna. Inutile che ripeta in questa sede quanto l’ultimo dei problemi sia di gran lunga il più rilevante, nonché il più sottaciuto dalle forze politiche. Ma su tutte le questioni è calato un muro di silenzio che nessuna forza politica ha voluto, né potuto scalfire. E ci mancherebbe. La Lega ha governato un buon decennio con il PdL e ha varato tutti i provvedimenti che hanno portato la rapina fiscale al livello odierno. Il PdL, dal canto suo, ha vinto ogni competizione elettorale che ha vinto e quasi pareggiato tutte le altre promettendo una diminuzione della pressione fiscale. Non appena formato il governo, Silvio Berlusconi e il suo superministro dell’economia, un ultrà dello statalismo e del dirigismo più sfrenati, hanno poi costantemente aumentato, insieme alla spesa pubblica, il carico fiscale su imprese e individui. Al punto che dati incontrovertibili segnalano nel 68% il peso del fisco su aziende e artigianato lombardi. Il Pd, convinto di aver la vittoria in tasca per manifesta “impresentabilità” dei suoi concorrenti, si è logorato nello spartirsi le spoglie. Il gruppo dirigente post-comunista (che non ha mai compreso quanto i due terzi dell’Italia che mai votarono per il Pci non amasse, l’eufemismo è d’obbligo, quel partito) si è sentito attaccato e ha fatto quadrato intorno a un leader la cui manifesta inconcludenza è venuta fuori in queste ultime settimane. Ma i democratici sono in ogni caso percepiti come il partito della spesa pubblica e della pressione fiscale. Tanto che non promettono mai neanche di abbassarla (ecco la differenza fra i due poli dei tassatori di professione, gli uni lo sono “loro malgrado”, gli altri considerano le tasse “una cosa meravigliosa”). Mario Monti, dopo i disastri provocati in un solo anno di governo che si sintetizzano in un meno 2,5 di Pil, aumento del 6,4 % del debito pubblico, spesa pubblica inalterata, seicentomila disoccupati in più e pressione fiscale alle stelle (ma siamo proprio sicuri che sia un economista?), non aveva alcuna autorevolezza per parlare dei mali del paese. Al punto che la già grottesca “agenda Monti” si trasformava, durante la campagna elettorale, in un altro libretto dei sogni. Nello stesso tempo, Beppe Grillo, il vero vincitore, attribuiva correttamente alla politica e ai politici i mali che ci stanno distruggendo, ma senza capire quali mali, quale politica e quali politici. Il quarto degli italiani che lo ha votato, per fortuna, non ha mai letto, né condividerebbe, il suo vaghissimo programma di rinnovamento (la sagra del luogocomunismo statalista e ambientalista più trito).
Ma il motivo per il quale nessun partito può neanche fingere di essere consapevole dei problemi è assai profondo ed esula dalle dure contingenze italiche. Questa è la crisi della democrazia rappresentativa. Non un percorso di crescita, di avanzamento fra le contraddizioni. Lo scambio è l’arcano della democrazia rappresentativa: soldi in cambio di voti, dalle aree ricche a quelle depresse, dagli individui che producono ai consumatori di tasse. E il tutto riproduce costantemente lo stesso risultato: il percettore di redditi e prebende ingiustificate non avrà alcun incentivo a mutare la propria posizione. Le classi politiche creano le loro stesse clientele assistite e improduttive e quando le chiazze di parassitismo superano le altre la creazione della ricchezza si ferma e il motore non può più ripartire. Quando su un euro di ricchezza prodotta 55 centesimi vengono riallocati secondo criteri politici e solo 45 sono lasciati alle decisioni di spesa dei singoli sul mercato, il sistema si è di fatto avvitato su se stesso ed è fallito.
Venti anni fa Gianfranco Miglio, con la limpidezza che lo contraddistingueva, affermava che i dipendenti pubblici non avrebbero dovuto votare. Il professore comasco fu preso per matto, ma lui e centinaia di liberali classici negli ultimi due secoli, avevano colto il dramma della democrazia rappresentativa. Difficile capire come si possa uscire da questo impasse. Ci vuole però il coraggio di dirlo con chiarezza: o si trova un modo di “ponderare” voto e ricchezza, oppure la crisi risolutiva di un sistema di governo durato oltre mezzo secolo, che si fonda, da noi come in tanti altri luoghi, sui “soldi degli altri”, travolgerà tutti. Perché i soldi degli altri stanno finendo e la catena di Sant’Antonio con le future generazioni non è più consentita.

 

Questo articolo è stato pubblicato su “L’Intraprendente” il 14 aprile 2013.

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