Solo l’indipendenza può affrancare i veneti dallo sfruttamento fiscale

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Ci sono molte ragioni che militano a favore del diritto di voto: della facoltà di decidere se restare in Italia o dare vita a un Veneto libero e indipendente. Ma una delle ragioni fondamentali che devono spingerci a credere fino in fondo al progetto di una recuperata libertà di autogoverno è la necessità di affrancarsi dalla rapina territoriale di cui il Veneto è vittima. Ogni analisi che muova dai dati ufficiali su tassazione e spesa pubblica mostra, in effetti, come la comunità veneta nel suo insieme veda sparire una quota significativa di quanto essa produce.
È il tema del cosiddetto residuo fiscale territoriale, che indica proprio la differenza tra quanto una città o regione versano allo Stato (con le imposte e i contributi sociali, in primo luogo) e l’insieme del costo dei servizi pubblici locali e nazionali che ricevono.
In questa graduatoria il Veneto occupa una delle posizioni di vertice, assieme a Lombardia ed Emilia Romagna. Le molte ricerche in materia sono arrivate a conclusioni sostanzialmente convergenti. Il risultato è che una famiglia veneta di quattro persone nel corso di un anno perde grosso modo più di 12 mila euro: e questa cifra indica la differenza tra quanto dà e quanto riceve.
Una simile ricchezza, spesa in aree che non l’hanno prodotta, è all’origine di due conseguenze maggiori, entrambe negative.
In primo luogo, siamo di fronte al progressivo depauperamento di quanti producono beni e servizi sul libero mercato. Un simile sfruttamento deprime i produttori e produce povertà, recessione, disoccupazione. È fuori discussione, in effetti, che una parte significativa dell’elevata tassazione che sta progressivamente uccidendo l’economia veneta trae origine da queste logiche redistributive. Per molti anni il sistema delle imprese ha retto nonostante tutto, ma ora non è più così. Il parassitismo organizzato sta sottraendo troppe energie ai soggetti parassitati e le conseguenze sono devastanti.
In Veneto come in vari altri casi, le spinte separatiste nascono anche e soprattutto dalla legittima resistenza dei tax-payers (contribuenti): di quanti danno alla capitale più di quanto ricevano. Le aree maggiormente produttive e tassate manifestano la volontà di sganciarsi dai tax-consumers (beneficiari): da quanti ricevono dalla capitale più di quanto non diano. Insomma, non è per nulla sorprendente che la Catalogna voglia lasciare al suo destino l’Andalusia, o che le Fiandre vogliano separarsi dalla Vallonia.
Egoismo?
Se si vuole usare questo termine, lo si può anche fare. Ma si tratta del legittimo “egoismo” di chi non vuole essere depredato: di una pretesa che – se fosse soddisfatta – finirebbe per avvantaggiare perfino la controparte, dal momento che nessuna area può davvero crescere ricevendo aiuti, sussidi, sovvenzioni. Porre fine ai trasferimenti territoriali aiuta quelli che pagano e anche quelli che ricevono. Chi dà più di quanto non riceva è ovviamente molto penalizzato, ma vi sono conseguenze negative – e perfino peggiori – pure per chi è oggetto di tale sostegno.
Questo è, appunto, l’altro lato della medaglia, poiché nonostante le apparenze non si può dire che i beneficiari dell’aiuto di Stato siano veramente favoriti dai flussi di risorse. Se da decenni il Sud fatica a crescere e dotarsi di un tessuto di imprese private aperte alla concorrenza internazionale, questo è anche a causa dell’afflusso di ricchezza prodotta altrove. In virtù di tale redistribuzione, larga parte della società meridionale viene attirata nell’area della spesa pubblica. Senza dimenticare che la politicizzazione esasperata del Mezzogiorno è proprio uno degli effetti maggiori di questo intervento statale finanziato pure con le risorse tolte ai veneti.
Alla luce di tutto ciò è chiaro, come si è detto, che i processi separatisti hanno una valenza liberale di per sé, quali che siano le intenzioni di chi li promuove, nel momento in cui si propongono di tutelare quanti producono ricchezza e vogliono mantenere il controllo del frutto del loro lavoro. Permettere alle diverse comunità di decidere sul proprio futuro può ridurre le devastazioni causate dalla redistribuzione e favorire lo sviluppo di un orizzonte in cui la libertà dei singoli sia maggiormente rispettata.
D’altra parte, quando si accetta questa situazione si finisce per diventare complici di un sistema perverso, poiché non esiste un solo caso di società che si sia realmente sviluppata grazie all’afflusso di una ricchezza prodotta altrove. E in questo senso il Mezzogiorno non fa eccezione.
In conclusione va riconosciuto che se da un lato la nostra società deve fare i conti con tanti problemi, è egualmente vero che solo una nuova responsabilizzazione delle diverse comunità può restituire speranze e prospettive. L’unica strada percorribile è quella di un’indipendenza da ottenersi pacificamente, grazie a un processo referendario che aiuti il Veneto e le altre realtà a gestirsi da sole, ponendo fine a ogni redistribuzione territoriale e alle conseguenze negative che ne discendono.

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