Ticino e immigrazione: tra pubblico e privato

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La recente discussione sull’assunzione di un torinese al Centro di dialettologia di Bellinzona è solo l’ultimo episodio di una lunga polemica in tema di immigrazione. Questa perenne tensione che agita la regione ticinese si ritrova in larga parte dell’Occidente contemporaneo, dato che un po’ ovunque – basti pensare all’America di Donald Trump – l’opinione pubblica si divide su questioni di tale natura.

Nel contrasto tra fautori della chiusura e dell’apertura, quanti si collocano nella tradizione liberale sembrano talvolta spiazzati. Mentre la circolazione delle merci è sempre difesa (senza tentennamenti) da chi si schiera a favore dei diritti individuali e del mercato, non lo stesso si può dire per la circolazione delle persone: per ragioni evidenti.

In una società caratterizzata solo da proprietà private e contratti, ogni emigrazione sarebbe infatti una forma di trasloco e per tale ragione il diritto di muoversi sarebbe riconosciuto quale diritto fondamentale. Ma la società in cui viviamo è assai diversa. Nel corso dell’ultimo secolo, in effetti, tanti spazi sono stati collettivizzati. Non bastasse questo, si è pure predisposta una redistribuzione che aggrava la situazione e porta a guardare allo straniero come a potenziale destinatario di aiuti e, quindi, come a una fonte crescente di oneri. La conseguenza di tutto ciò è che ogni migrazione, per sua natura, è divenuta un fatto “politico” e separa la popolazione in due fronti: il primo favorevole all’arrivo di nuove persone e il secondo contrario.

In un quadro istituzionale liberale il trasferimento di un soggetto avverrebbe a partire dalla disponibilità di titoli ben precisi. Chi si muove dovrebbe utilizzare strade o immobili, disponendo di diritti in grado di autorizzarlo a ciò: perché quei beni sono suoi o perché ha pagato pedaggi, locazioni e così via. Oggi, invece, muoversi significa spesso accedere a spazi statizzati, sottoposti al giudizio di maggioranze disposte a essere solidali o, al contrario, timorose di essere penalizzate.

Nessuno è in grado di dire se l’immigrato dà oggi al sistema pubblico meno e più di quanto non riceva: se sia beneficiario o benefattore. Ma il punto è un altro. Al di là di ogni soggettiva valutazione dei costi e dei benefici, l’espansione degli apparati pubblici – anche connessa alla costruzione di “comunità nazionali” (versione di destra) e “collettività solidali” (versione di sinistra) – ha generato conflitti sempre più tesi in materia di immigrazione. E in una società che ha statizzato larga parte della vita economica, è normale che la maggioranza disponga della facoltà di escludere e includere: scontentando l’una o l’altra parte della popolazione.

Se le cose stanno così, è doveroso riconoscere come sia molto più legittimo discutere in merito all’assunzione di uno straniero da parte di un’azienda pubblica (poiché il contribuente-cittadino è in un certo senso “azionista” di quella impresa), che contestare le assunzioni operate da una società privata. In altre parole, quando un ticinese assume un non-ticinese sono affari suoi: perché è sempre una buona cosa lasciare agli imprenditori la facoltà di decidere con chi vogliono avere a che fare e su chi vogliono investire i loro soldi.

È vero che entro le nostre società, caratterizzate da ampia tassazione e regolazione (oltre che da vasti programmi di welfare), perfino il rapporto tra un privato e un dipendente ha ricadute sulla collettività, ma permane comunque una notevole differenza tra questa relazione e quella che collega tra loro un’azienda pubblica, finanziata dai contribuenti, e un lavoratore.

Sulla base di questo, quanti vogliono frenare l’immigrazione straniera così come quanti, al contrario, si battono per non ostacolare l’arrivo di lavoratori e famiglie dovrebbero comprendere che il miglior modo per ridimensionare tale contrasto consiste nel ridurre al massimo gli ambiti sottoposti alla gestione collettiva. Quanto più cresce l’area del privato, tanto meno la politica è legittimata a dire la propria sullo spostamento delle persone e sull’assunzione dei lavoratori.

È significativo che il nostro tempo – in molte aree, a partire dagli Usa – sia segnato tanto da problemi di debito pubblico, quanto da gravi difficoltà nel gestire l’immigrazione, e che tenda a trovare la soluzione a questi problemi nella chiusura su di sé e nel protezionismo. Ma se si iniziasse a smantellare socialismo e redistribuzione, regolazione e assistenzialismo, le prospettive della nostra convivenza potrebbe farsi migliori.

 

Questo articolo è stato pubblicato dal “Corriere del Ticino” in data 2 febbraio 2017. 

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